INTERVISTA SUL TEATRO
di Elisabetta Leali
1. Dott. Santi, qual è il suo rapporto con il teatro, sia a livello personale che professionale?
Non saprei dire dove sia nata la mia passione per il teatro. Riflettendoci, posso dire che la mia formazione ha goduto della presenza di un nonno - musicista - appassionato di opera lirica e di un padre, non udente, il rapporto con il quale richiedeva il quotidiano esercizio di un’enfasi gestuale ed espressiva.
Praticamente è una passione che mi sono trovato addosso. Ho sviluppato nella mia vita filtri mentali che mi aiutano a decodificare lo spirito “teatrale” che riveste gli atteggiamenti di chi mi sta attorno.
Vedo il mondo popolato da persone che portano maschere, ma generalmente inconsapevoli di indossarne una e che hanno perso di vista l’autore, o più spesso gli autori, che hanno scritto la parte di ognuno.
Nel rapporto con il teatro non riesco a fare una distinzione netta tra il livello personale e professionale. Ho sempre ritenuto il teatro “importante”.
Sono stato a teatro, da spettatore, spesso. E’ il genere di spettacolo che prediligo.
Da medico di una Unità Sanitaria Locale ho fondato una compagnia teatrale, la “Megauslshow”, che ha dato l’avvio alla mia attività di autore, direi quasi per caso.
Nel 1992, una volta deciso con alcuni amici e colleghi – medici, infermieri e amministrativi dell’USL - di mettere in atto questa iniziativa, ritenni opportuno trovare innanzitutto gli sponsor. Mi rivolsi al direttore di una importante Banca del Tigullio che, divertito dall’idea, mi chiese che cosa volevamo mettere in scena. Non ne avevamo ancora parlato, ma io buttai lì “La Commedia Sanitaria”. Fu la prima cosa che mi venne in mente in quel momento.
I miei collaboratori ed io chiedemmo ad alcuni amici che avevano già fatto esperienze teatrali di scrivere il testo. Il copione che ci venne offerto non soddisfaceva nessuno.
Qualcuno mi chiese di provarci io. Dopo circa un mese, rubando tempo agli affetti e al sonno, avevo scritto “La commedia sanitaria”, una commedia musicale il tre atti, e il progetto fu avviato. Dopo circa sei mesi andammo in scena. Ricordo che riempimmo per tre sere il Teatro Cantero di Chiavari. Quasi tremila persone videro quello spettacolo, dove una quarantina di dipendenti del mondo della sanità, in una commedia musicale della durata di circa due ore, prendevano in giro se stessi.
Da allora ho scritto una dozzina di commedie, alcune delle quali sono state portate in scena, altre sono nel cassetto in attesa di una compagni che dia loro vita.
Generalmente scrivo cose divertenti. Da alcuni anno si è affinata la mia abilità a vedere il lato buffo e, se vogliamo, dissacrante, della realtà. Ogni aspetto della vita dell’uomo può essere riproposto da questo punto di vista, a saperlo cogliere. Di recente ci ho provato con la morte.
Provo grande soddisfazione a vedere il pubblico divertirsi a sentire le cose che scrivo. Come medico ho anche approfondito lo studio della geloterapia, che valuta i positivi effetti sulla salute del sorriso.
Da Assessore comunale alla Cultura, quattro anni dopo, ho dato l’avvio alla prima stagione teatrale a Sestri Levante, che da allora è diventato un appuntamento irrinunciabile per molti concittadini.
Da responsabile della medicina penitenziaria ho introdotto un’esperienza di teatro nella Casa Circondariale di Chiavari.
2. In che modo è riuscito ad introdurre l’esperienza teatrale in carcere e qual è il reale obiettivo di questa iniziativa?
Era il 1999. Il Governo aveva varato, nel mese di giugno, un decreto che trasferiva i compiti della medicina penitenziaria dal Ministero di Grazia e Giustizia - oggi Ministero della Giustizia - al Ministero della Sanità - oggi Ministero della Salute - secondo il principio dell’uguaglianza dei cittadini detenuti - oggi carcerati - rispetto ai cittadini liberi – oggi sudditi - relativamente alle problematiche di tipo sanitario.
In pratica, secondo questa legge, il personale sanitario che operava nelle carceri avrebbe dovuto essere trasferito alle aziende sanitarie locali, che avrebbero dovuto, nell’arco di due anni, più o meno, riorganizzare il servizio sanitario in favore dei detenuti.
Il progetto ha avuto parecchie opposizioni, che hanno trovato fertile sponda politica con il cambiamento del Governo nazionale intervenuto nel frattempo.
Comunque, all’epoca venni incaricato dalla Direzione aziendale dell’ASL 4 ligure di organizzare questa fase di passaggio.
Nell’estate del 1999 incontrai più volte il Direttore della Casa Circondariale di Chiavari, il dottor Giampaolo De Mari che voglio ricordare con affetto, stima e simpatia. Durante un incontro ci trovammo a parlare della comune passione per il teatro. Mi chiese espressamente di introdurre una attività teatrale in carcere.
Ricordai allora che durante la mia esperienza di assessore ero stato invitato a Cecina all’evento “Teatro Toscana”. Durante quei giorni di dibattiti e spettacoli era stato presentato anche il lavoro condotto presso un carcere di quella Regione. Nel video, girato nel cortile interno, si vedevano i detenuti “attori” che agivano in diversi punti del perimetro, che era stato protetto da transenne oltre le quali il pubblico di “cittadini liberi” assisteva percorrendo il percorso stabilito.
Sedendomi a tavola per la colazione di lavoro avevo avuto la ventura di trovarmi a tavola con il direttore di quel carcere e con il regista che aveva preparato e diretto la rappresentazione.
Inevitabilmente il discorso si era spostato sulla performance che avevamo visto nella mattinata e il direttore mi aveva chiesto di esprimere un parere su quell’esperienza.
“Ho provato una sensazione di profonda tristezza”, gli avevo detto e, nonostante lo vedessi perplesso aggiunsi che la scena mi dava l’effetto di un fenomeno da baraccone. O, forse meglio, faceva pensare all’esercitazione di un bravo domatore di belve ubbidienti ma pericolose e per questo tenute a debita distanza dal pubblico dei buoni, giusti e onesti venuti a curiosare - hic sunt leones - gli inesplorati territori di una umanità minore.
Questi sentimenti mi ritornarono alla mente durante il colloquio con il dottor De Mari. Ne parlai anche con Marisa Spina, giornalista della TV regionale ligure Primocanale, con la quale avevo condiviso altri progetti e iniziative. Fu così che nacque il progetto “Personaggi & Interpreti”, il cui elemento caratterizzante era costituito dal fatto che agli attori detenuti si affiancavano attori “liberi”. Sarebbero saliti sui palchi da noi allestiti senza che si svelasse la loro identità.
In questo senso l’obiettivo del progetto era quello di scalfire le barriere culturali che separano il dentro e il fuori dal carcere, quelle barriere che troppo spesso la Società erge nei confronti del diverso, nella sede, il carcere, drammatica sintesi e discarica di tutte le diversità sociali.
Volevamo anche che questo progetto portasse un contributo alla difficile opera di recupero delle personalità, missione costituzionalmente sancita del sistema penitenziario nazionale.
Il progetto ebbe l’appoggio entusiasticamente convinto dell’allora Provveditore regionale dell’amministrazione penitenziaria, la dottoressa Franca Sanò, ed ottenne un finanziamento europeo tramite il Ministero di Grazia e Giustizia.
3. I soggetti coinvolti aderiscono volontariamente all’iniziativa o vengono selezionati in base a caratteristiche o condizioni di particolare significato?
I soggetti hanno aderito tutti volontariamente. Una selezione c’è stata, ma è stata operata dalla Direzione e dal Comando della Polizia Penitenziaria Casa Circondariale sulla base delle situazioni giudiziarie dei detenuti.
Una condizione particolare che ha impedito la partecipazione di alcuni soggetti è stata quella della lingua che ha riguardato i detenuti stranieri. Un limite odioso, ma purtroppo necessario.
Il progetto ha dovuto tener conto anche della possibilità dei detenuti “attori” di usufruire dei permessi per poter uscire dal carcere in modo da rappresentare gli spettacoli nei teatri di alcune città.
La flessibilità del programma ha consentito comunque a molti soggetti di confrontarsi con questa attività. Nel caso in cui il detenuto non poteva uscire in permesso, è stato sostituito da un altro attore per le rappresentazioni fuori dal carcere.
4. Come viene svolta l’attività nello specifico (tempi, modi, ecc.)?
All’inizio si è tenuta una riunione con i detenuti per spiegare le linee del progetto. Alla prima riunione erano presenti anche le Autorità dell’amministrazione penitenziaria regionale.
Il corso di teatro si è svolto nei giorni di martedì e giovedì dalle 15 alle 17.
I detenuti partecipanti al progetto venivano fatti accomodare dagli agenti di custodia in una stanza, già utilizzata come biblioteca, dove incontravano i partecipanti che provenivano dall’esterno.
L’esiguità dello spazio è stata vissuta immediatamente come un problema. Si è dovuto fare di necessità virtù. La carenza e , di conseguenza, la congestione degli spazi è uno dei problemi più gravi e pressanti di tutto il sistema penitenziario nazionale.
In una fase propedeutica, che è durata circa un mese, il regista, aiutato da attori di una compagnia dilettante locale ha tenuto alcune “lezioni” sulla storia del teatro e sull’espressività.
Durante la prima fase è stato discusso il testo che si era proposto alla compagnia. Si trattava di un dramma “Maschere” che avevo scritto alcuni anni prima e che era stato pubblicato nel 1996 dalla Nuova Editrice Genovese.
Si è discusso del testo e dei personaggi. Durante il lavoro, per non emarginare nessuno, si è deciso, di comune accordo con i partecipanti, di assegnare ruoli di supporto. Sono nati così l’aiuto regista, attrezzisti, scenografi, suggeritori, e tutte le figure utili a portare in scena lo spettacolo.
Nei mesi successivi si sono svolte le prove per preparare la fatidica prima.
Nei venerdì, per lo stesso periodo di durata del progetto teatrale, ma solo per il primo anno, lo stesso gruppo incontrava il giornalista Paolo Cavallo, allora caporedattore della redazione del levante de IL SECOLO XIX, che ha discusso con i detenuti di comunicazione e di giornalismo. Hanno partecipato a questa sezione del progetto anche tre giovani del quinto anno del liceo classico statale Da Vigo di Rapallo. Il prodotto è stato la pubblicazione di un tabloid che ha veicolato dentro e fuori dal carcere il progetto e la voce dei detenuti.
Gliene offro una copia: credo che possa rappresentare una buona fonte di spunti molto diretti e autorevoli per la sua tesi.
5. Secondo lei è importante per la persona che sconta una pena poter usufruire di un lavoro espressivo in carcere? E qual è quello che incontra maggiormente il favore dei reclusi?
Per una persona privata per un certo periodo della propria vita della libertà – e magari fosse solo quella – è importante riempire il tempo vuoto del carcere con qualcosa che possa rappresentare uno stimolo sono convinto che è importantissimo. Un lavoro espressivo può rappresentare un utilissimo supporto all’azione di “ricostruzione della personalità”, che è il lavoro nobile che il sistema penitenziario rivendica a sé, quando riesce ad emanciparsi e a non vedere il carcere, cito qui il dottor De Mari, “come contenitore di materiale umano scadente”.
Questo progetto ha avuto il vantaggio di aprire una breccia nelle mura del carcere attraverso il quale far passare l’aria pura portata nel respiro di molti giovani che hanno partecipato a quella esperienza. Uno degli elementi forti di questo lavoro è stata proprio questa “invasione” che ha portato a contatto gli ospiti della Casa Circondariale con persone che erano lì per scelta, volontari e non perché costretti da un impegno lavorativo. Che avevano scelto di scegliere chi la Società aveva escluso.
Si sono costruiti rapporti molto belli, leali e puliti in cui nessuno si è mai chiesto il motivo della detenzione dei colleghi interni, dove nessuno si poneva a giudice, dove nessuno era giudicato.
I detenuti hanno molto apprezzato questo, a livello conscio: l’essere considerati uomini tra uomini.
6. Volevo chiedere a lei che è medico, visto che da centinaia d’anni si afferma che il teatro ha un valore educativo e fa bene alla crescita ed al recupero dell’individuo: quali patologie si possono “guarire” con il teatro?
La sua domanda sottintende una risposta ad una ansia universale che cerca rimedio alla malattia attraverso l’utilizzo di una terapia risolutiva e specifica.
Oggi la medicina cerca di dare risposte alle domande come quella che lei mi pone attraverso le metanalisi di studi epidemiologici che tendano a dare risposte sull’efficacia terapeutica delle azioni mediche basate sull’evidenza scientifica. Questa medicina viene definita “Evidence Based Medicine”. Mi scuso se ho usato termini un po’ troppo specialistici.
Per spiegarle: è possibile dire che un farmaco ha azione specifica su una determinata patologia se la risposta affermativa viene da studi epidemiologici condotti correttamente. Generalmente uno studio è corretto da questo punto di vista se vengono messi a confronto due gruppi di soggetti, casualmente assegnati al primo e al secondo gruppo, dei quali un gruppo assume il farmaco, mentre il secondo assume una sostanza inerte - detta “placebo” - simile nella confezione e nelle modalità di somministrazione al farmaco attivo. Né i medici, né i pazienti sanno quale delle due sostanza stanno, rispettivamente, prescrivendo o assumendo. Questa modalità si definisce “doppio cieco”.
Capirà che non è possibile dire quali patologie si possano guarire con il teatro. O per lo meno, non esiste una risposta rigorosamente scientifica alla sua domanda, almeno secondo i criteri che è ho appena espresso.
Da qui a dire che il teatro non ha una azione sul soggetto ne corre.
L’Arte-Terapia è utilizzata prevalentemente per la cura dei disturbi ansiosi, depressivi e di origine psicosomatica, ma è più efficace se affiancata da cure psicoterapiche. Un’altra indicazione, soprattutto della teatro terapia, nelle sue varie forme, può aiutare soggetti con disabilità mentale a trovare una propria dimensione di autodeterminazione.
Sicuramente il nostro progetto ha migliorato la qualità della vita dei detenuti che vi hanno partecipato. Purtroppo l’epidemiologia medica non possiede strumenti per misurare il benessere, che è il parametro che misura nel modo più preciso lo stato di salute di un individuo.
Per rispondere più compiutamente a questa sua domanda le posso raccontare due episodi che trovo rovistando nel mio bagaglio interiore.
Il primo appartiene alla prima esperienza del Megauslshow che ho descritto prima.
Era il 1993. Nel periodo in cui stavamo preparando lo spettacolo, si trattava de “La commedia sanitaria”, incontrai un collega medico di famiglia che mi disse di aver in cura, per una sindrome ansioso-depressiva, da diverso tempo, T., una dipendente dell’USL che aveva deciso di cimentarsi in questa attività. Mi disse che T. frequentava con assiduità il suo studio. Ne parlai con l’interessata alcuni giorni dopo. Mi rispose che aveva aderito a questa esperienza trascinata da un’amica, ma che aveva una pura folle a salire sul palco.
T. salì sul palco, quando fu il momento e gli applausi sottolinearono il suo personale successo. Il sorriso nei suoi occhi, la sua personale vittoria.
Dopo alcuni mesi incontrai il suo medico curante che mi disse che dal giorno della prima T. non aveva più avuto bisogno di lui, nè delle medicine che da anni prendeva.
Una altro episodio che reputo significativo è successo durante il primo spettacolo del progetto “Personaggi & Interpreti”. Dovevamo portare in scena la prima di “Maschere” il 10 febbraio del 2001. Avevamo deciso la data per tempo per poter invitare tutte le Autorità che avevano sostenuto il progetto e ottenere le necessarie autorizzazioni per poter consentire a tutti gli ospiti di entrare nel carcere e per promuovere adeguatamente l’evento.
Non sapevamo che S., il protagonista avrebbe avuto il processo di primo grado proprio il giorno prima. S., che era accusato di un duplice omicidio, non venne alle prove generali che avevamo programmato per il giorno precedente. Tutto il gruppo era costernato. S., grande talento naturale, interpretava il ruolo del protagonista. Aveva amato il personaggio che era stato chiamato ad interpretare. Ricordo che avevo allora la netta sensazione che fosse stato Alberto, il personaggio a scegliere lui. Lo capivi da come, all’inizio, aveva difeso la scelta di un testo difficile e contro corrente. La capivi da come S. diventava Alberto senza difficoltà, con naturalezza.
Il direttore della Casa Circondariale mi disse “speriamo bene”, ben sapendo che la speranza appena espressa era già bugia.
Ergastolo. Il giorno dopo, il Tribunale, riconoscendo S. responsabile dell’omicidio premeditato dei due nonni, condannò al carcere a vita questo ragazzo di poco più di vent’anni.
Il giorno dopo il “gruppo teatro” della Casa Circondariale di Chiavari preparò, nel pomeriggio, il palco e la scenografia. Fu un lavorare privo della felicità e dell’entusiasmo che trasforma l’obbligo in piacere. Inutile aspettarsi che S. partecipasse.
Il direttore stesso non ci avrebbe scommesso una lira (0,02 €). Troppe volte aveva giovani sprofondare in una depressione profonda dopo condanne anche “solo” a pochi anni. Gli organizzatori decisero di predisporre una sostituzione per non mandare a puttane la serata.
Alle otto cominciano ad arrivare i primi ospiti. E’ difficile rispondere ai saluti, alle domande dei giornalisti, abbozzare un sorriso davanti alla telecamera. Marisa, il direttore il comandante, il regista... ci guardiamo negli occhi e capiamo che vorremmo non essere lì.
Lo spettacolo, come si dice, must go on!
La gente prende posto nell’improvvisata platea. Tremano le voci di Marisa e la mia nel presentare il progetto e la serata. E’ tutto pronto. Il sostituto, preoccupato, dà un’ultima occhiata al copione. Si spengono le luci.
S. esce dalla sua cella: “Cominciamo?” Entra in scena Alberto canticchiando una canzone. Si avvicina al mobile bar e si prepara una drink. Entra Matteo. E' in accappatoio, è appena uscito dalla doccia, e si sta asciugando i capelli con un asciugamani.
MATTEO "Dov'è il dopobarba?"
ALBERTO "L'ho lasciato nel bagno piccolo, sulla mensola"
MATTEO "Cosa stai facendo?"
ALBERTO "Mi preparo un drink"
7. Su quale principio funzionale agisce il teatro rispetto alla psiche?
Se mi consente, cito questa sintesi della F.I.A. (Federazione Italiana Arteterapeuti): “L’Arte-Terapia (ART) è un’attività effettuata col corpo e con la mente che rappresenta sia una forma di educazione alla sensibilità e alla percezione, sia una tecnica con valenza psicoterapeutica. L’Arte-Terapia agisce sugli schemi che ognuno ha elaborato a livello mentale nell’arco della propria vita, schemi condizionati da traumi psichici e da situazioni emotivamente significative. Essa rende più fluide e coscienti le emozioni attraverso l’utilizzo di varie tecniche, considerate un veicolo elettivo nei livelli dell’esperienza sensoriale, corporea, emotiva, immaginativa, cognitiva e verbale. In tal senso questa attività agisce sulla relazione tra parti fisiche ed emozioni, in definitiva tra corpo e mente”.
I punti di contatto fra teatro, psicologia e psicoterapia sono sicuramente evidenziati dalle numerose metodologie terapeutiche che utilizzano tecniche teatrali per consentire al paziente di mettersi in contatto con la sua affettività.
Già Aristotele aveva intuito un effetto psicologico del teatro. Nella sua Poetica il filosofo aveva intuito che il teatro aveva l’effetto di purificazione dell’animo dello spettatore che assiste alla rappresentazione. Questa “catarsi” nasce dalle forti emozioni suscitate dalla “imitazione” sulla scena di fatti particolarmente dolorosi.
L’effetto catartico, nel senso di scarica, espulsione, evacuazione si ritrova nella accezione psicoanalitica fino allo psicodramma di Moreno fino alle psicoterapie espressive.
La "teatro-terapia" opera sulle molte sfaccettature che ci compongono come individui, sulle parti di noi che non conosciamo o che non vogliamo riconoscere, per disparati motivi: adattamento sociale, paura del cambiamento o della scoperta di parti inconsce che potrebbero non piacerci. Tutto ciò lo facciamo mediato dalla rappresentazione teatrale.
8. Lei ha scritto un dramma dal titolo “Maschere” che i detenuti della Casa Circondariale di Chiavari hanno messo in scena nell’ambito del progetto “Personaggi & Interpreti”. Potrebbe raccontarmi i momenti più significativi di quell’esperienza?
Si tratta di un testo difficile. La difficoltà più grande, secondo certi schemi mentali, è rappresentata dalla omosessualità dei protagonisti.
Proprio questo aspetto ha consentito il dipanarsi di un dibattito sui temi della sessualità in carcere. Nella discussione il gruppo si è diviso in due: da una parte i detenuti più anziani contrari a rappresentare una problematica che rappresenta una sorta di nervo scoperto in quell’ambiente dall’altra parte gli attori detenuti più giovani e le attrici gli attori e esterni, determinati a difendere il testo come atto di sfida, di coraggio, da sbandierare come vessillo contro la discriminazione. In questo senso l’adesione al progetto ha assunto un valore “ideologico”.
I momenti significativi di questa esperienza sono stati molti.
Quello che ricordo con più tenerezza è stato l’innamoramento di S. e S. durante le prove. Hanno recitato fianco a fianco per mesi durante le prove. E’ stato bello vedere maturare quel sentimento. Loro due erano stati probabilmente gli ultimi a rendersi conto del sentimento che sarebbe sbocciato nel corso di quell’avventura.
S. (lei) dovette lasciare il progetto. Ha continuato a vedere il suo S. in parlatorio, negli orari stabiliti e previa autorizzazione. Un momento meravigliosamente triste.
Il momento che ricordo con più forza è stata la salita sul palco di S. condannato all’ergastolo il giorno precedente di cui ho raccontato prima. E’ sicuramente il momento che ha segnato la mia storia professionale, ma, soprattutto, umana.
9. Che risultati ha portato sino ad ora questa iniziativa? Come viene valutata l’efficacia del progetto teatro? Quali sono state le difficoltà interne ed esterne che più hanno condizionato il lavoro?
Sicuramente l’iniziativa ha portato grandi risultati.
In primo luogo ha costretto molti cittadini e, soprattutto le istituzioni a confrontarsi con il problema carcere, e questo, per una istituzione non solo metaforicamente chiusa, è un grande risultato.
Il progetto è stato molto apprezzato dai detenuti. La invito a ritrovare nelle pagine della pubblicazione che ha accompagnato per il primo anno il progetto le emozioni e le sensazioni di chi da dentro ha vissuto questa esperienza.
Il progetto ha avuto una valutazione molto favorevole da parte dei responsabili di allora della Casa Circondariale e delle Autorità regionali e nazionali dell’amministrazione penitenziaria di allora.
Credo che il risultato più grande sia stata la prima battuta sul palco di S.-Alberto la sera del 10 febbraio 2001.
Le difficoltà che abbiamo incontrato sulla strada di questo progetto sono state numerosissime. Non mi va di ricordarle perché sono state tutte superate per la buona volontà e per l’entusiasmo con il quale chi ci credeva ci ha lavorato.
Se posso dare un consiglio: credo che l’approccio a questo mondo debba essere scevro da pre-giudizi e onesto.
Quando, con Marisa, avevamo iniziato a pensare al progetto avevamo contattato un amico che fa il regista. “Bello” mi disse “ma se c’è B., il serial killer, io non lo voglio”.
B. non partecipò al progetto, anche perché venne trasferito in un’altra struttura poco dopo che iniziammo questa esperienza nel carcere di Chiavari. Non vi partecipò neppure quell’amico regista.
I condizionamenti che possono favorire o rendere difficile, se non impossibile un progetto di questo tipo sono sempre e solo interne. All’esterno è diverso. Senti che capiscono che stai facendo qualcosa di buono e ti danno una mano.
Il convincimento che la cultura sia un lusso è un condizionamento interno determinante. In molti sappiamo che questo oggi è, o forse appare - il che di questi tempi è lo stesso - il pensiero prevalente.
“Dottore, capisca, a questi servono le scarpe per camminare... la pelliccia gliela daremo in un secondo tempo. Voglio dire che chi esce dal carcere ha bisogno di un lavoro... la cultura non dà da mangiare”
Io ero e sono ancora più convinto dopo l’esperienza in carcere che, per restar nella metafora, la cultura è le scarpe, il lavoro: i pantaloni.
Sono concetti e modelli oggi difficili da spiegare, figuriamoci da imporre.